Roma è una città particolare, ha la forma di una stella i cui raggi si allungano dal centro all'estrema periferia lungo le vie consolari. I 4 milioni di abitanti della capitale si distribuiscono o meglio si disperdono su una superficie vastissima che fa di Roma una tra le metropoli con la densità abitativa più bassa. 

Gli spazi verdi sono tanti, è vero, ma questo non sempre contribuisce a migliorare al qualità della vita, anzi. Le distanze sono magnificate, i trasporti resi difficili e avventurosi, le punte della stella infatti guardano al centro ma non ai quartieri vicini (in linea d'aria), in mezzo ai palazzi, si aprono spazi vuoti, dimenticati, spesso degradati. La capitale paga tanti anni di espansione disordinata, senza un piano coerente, orientata dalle convenienze degli immobiliaristi piuttosto che dalla logica urbanistica. 

Il rammendo delle periferie, una espressione coniata da Renzo Piano, è a Roma al tempo stesso urgente e possibile. Sono tantissimi gli spazi che si prestano ad operazioni che potrebbero avere basso costo e grande impatto. Va nel senso di una maggiore vivibilità del tessuto urbano l'iniziativa che il comune di Roma ha assunto da pochi anni, di assegnare ad associzioni di cittadini gli spazi che nessuno vuole per recuperarli destinadoli ad orti. 

Via del Tintoretto è una arteria a scorrimento veloce che attraversa una serie di quartieri dall'Eur alla via Ardeatina, attorno si alternano spazi verdi, grandi condomini, uffici e spazi "dimenticati". 

La storia dell'associazione Ortolino inizia nel 2013, quando un gruppo di abitanti del quartiere, molti in pensione, riesce a farsi assegnare un fazzoletto di terra dimenticato da vent'anni, pieno di erbacce, immondizia, calcinacci e copertoni. In breve i cittadini lo ripuliscono e lo trasformano in una successione ordinata di orti, occasione di svago, di divertimento, di esperienza di vita all'aria aperta. Ben presto però questa operazione che sembra l'uovo di Colombo, a vantaggio dei singoli e della collettività, diventa un incubo burocratico. 

Giovanni Fattorini, generale in pensione, è il presidente dell’associazione Ortolino. A lui chiediamo: Com’è nata l’idea di trasformare in orti gli spazi abbandonati? 

L’idea di realizzare degli orti in un’area degradata posizionata al centro di una zona densamente popolata è stata dell’Architetto Rossella Sinisi, presidente di INBAR che, credendo nella cultura della Sostenibilità Ambientale ed approfittando dell’iniziativa del Comune di Roma che favoriva la nascita di Orti Urbani, chiese in concessione l’area. Dopo quel primo passo si è costituita l’Associazione Ortolino che, affiancandosi alla fondatrice, ha programmato ed attuato una serie di attività che, dopo la necessaria bonifica e recupero dell’area, hanno portato alla delimitazione e suddivisione degli orti, alla realizzazione delle aree comuni e dell’impianto di irrigazione. Il tutto è stato realizzato contando esclusivamente sulle capacità lavorative, la buona volontà e l’impegno finanziario dei soci, senza alcun contributo esterno. 

Cosa significa per voi questa esperienza? 

l’Associazione Ortolino ha coagulato intorno ai principi fondativi un consistente numero di cittadini, eterogenei per età ed estrazione sociale, ma tutti animati dal desiderio di riappropriarsi di un’area degradata in cui ritrovare, tramite il proprio lavoro, quei valori che la città ha sopito e sfilacciato. L’operare insieme ed, a volte, lo stesso discutere ed accalorarsi nel corso delle attività hanno contribuito alla rottura di quelle difese che ognuno di noi erige nella vita di tutti i giorni ed alla nascita di rapporti semplici e corretti basati sul rispetto e l’amicizia. Ortolino consente di ritrovare un corretto rapporto con la natura e le stagioni, ormai dimenticato, tramite l’impegno per la produzione di alimenti biologici destinati al consumo della propria famiglia. In pratica Ortolino può rappresentare quella “piazza” che è mancante nel nostro quartiere e che nei paesi di una volta era fondamentale punto di aggregazione e socializzazione. 

Quante persone sono coinvolte? Come si fa a collaborare? 

Ortolino è suddiviso in 120 orti di 50 mq ed ognuno è coltivato da una o più famiglie, in pratica possiamo ipotizzare che ci sono circa 300 persone che si dedicano assiduamente alla coltivazione, mentre esiste un “indotto” molto più ampio formato da famigliari ed amici che saltuariamente vengono a trovarci per partecipare alla gioia della raccolta dei prodotti ed in occasione di feste o manifestazioni. Particolarmente ben riuscita è stata la Festa dell’Albero del 13 dic.2015 nella quale abbiamo fatto piantare ai bambini del quartiere degli alberi ed organizzato un pranzo comune. 

L’ingresso ad Ortolino è libero, tutti coloro che desiderano fare una passeggiata nei nostri orti sono i benvenuti e, se vogliono, possono mettersi in lista per l’assegnazione di un orto. Inoltre stiamo cercando di trovare un Ente o Società che ci doni altalene, scivoli e giostrine per attrezzare un’area giochi per i più piccolini, al momento non presente in zona. 

Avete superato con entusiasmo le difficoltà, i risultati sono arrivati ed ora un intoppo burocratico rischia di mettere tutto in discussione. Cosa è successo? 

E’ vero, siamo riusciti, a prezzo di notevoli sacrifici, a trasformare un’area degradata in un giardino, ed ora rischiamo di vedere tutti i nostri sforzi vanificati. In pratica, alla concessione dell’area non è seguita da parte del Comune l’autorizzazione all’utilizzo del pozzo comunale confinante ad Ortolino. Dai documenti in nostro possesso risulta che l’area era stata identificata dallo stesso Comune come idonea alla realizzazione di orti in quanto vicina ad un pozzo perfettamente funzionante. Dopo mesi di insistenti pressioni sugli organi competenti abbiamo appreso che il pozzo in questione non aveva le autorizzazioni previste dalle attuali normative. Il Consiglio Direttivo di Ortolino, conscio che questa problematica con l’arrivo della buona stagione avrebbe condotto alla morte dell’intera iniziativa, si è adoperato per capire quali fossero gli ostacoli che impedivano il suo utilizzo. Dalla ricerca abbiamo capito che gli Enti coinvolti erano tre: il Comune di Roma, proprietario del pozzo, l’Area Metropolitana di Roma e l’Autorità di Bacino del Fiume Tevere. Il tutto nasceva nel 2004 da una richiesta dell’INPDAP, allora proprietaria del pozzo, inviata all’Ufficio Tutela delle Acque della Città Metropolitana per il suo utilizzo e ferma da allora perché, alle richieste di chiarimenti da parte dello stesso Ufficio,’IMDAP, che nel frattempo aveva ceduto il pozzo al Comune di Roma non dava risposta. Praticamente il tutto era fermo da 12 anni. A quel punto abbiamo capito che dovevamo seguire personalmente la pratica in tutti i movimenti richiesti da un complesso e ridondante iter burocratico. 

Un vero labirinto burocratico. Quali iniziative avete assunto per uscirne? 

Siamo andati a sollecitare i singoli Enti interessati, ottenendo una ripresa delle attività, ed abbiamo capito che, con un poco di buona volontà, la cosa si può rapidamente risolvere. Al momento attuale la pratica è ferma al Comune di Roma che deve effettuare le prove di portata del pozzo ed aggiornare la documentazione tecnica, in quanto ormai vecchie di 12 anni, per poi inviare il tutto all’Città Metropolitana ed all’Autorità di Bacino per la definitiva autorizzazione. Noi ci siamo offerti, per contrarre al massimo i tempi, di effettuare a nostre spese, sotto il controllo del Comune di Roma, le prove di portata ed aggiornare la documentazione tecnica, ma al momento non abbiamo avuto ancora una risposta.